Claudio Strinati
Senza cornice
Palazzo Merulana, Roma, dicembre 2025/febbraio 2026
Definizione e cancellazione.
Giorgio Ortona ha maturato negli anni una pittura lucida, abbacinante e dotata di una evidenza descrittiva al limite dello stato allucinatorio che ne denota un talento veramente rimarchevole e una attitudine tecnica sbalorditiva.
Ma tutto questo non sarebbe particolarmente significativo, attestando soltanto una singolare e invidiabile bravura, se non fosse che le sue opere sono molto belle sul serio e potentemente suggestive quasi a sollecitare implicitamente i più reconditi e delicati stati emotivi.
Ha dipinto e dipinge periferie e persone. Ma le case e gli individui si assomigliano perché sono fatti tutti della stessa sostanza.
E questa sostanza risiede in un contrasto formidabile tra definizione e cancellazione, due dimensioni visive pressoché opposte ma da lui ottenute con gli stessi mezzi. Sicuramente e costantemente nei quadri c’è (verrebbe da dire “prima” ma non si può dato che le opere figurative sono ferme) uno spazio che sembra destinato alla perfetta definizione di sé e un altro concomitante destinato ad una altrettanto perfetta cancellazione.
É come se lo spirito di un Nicolas De Staël, per citare un grande sia pure un po’ dimenticato, si fosse trasferito in Ortona (cosa possibile dato che il maestro russo-belga-francese morì giovane nel 1955) e tendesse a convergere pericolosamente con quella idea della cancellazione di cui abbiamo esempi prestigiosi nel nostro Paese da parte di ardite personalità, tra cui giganteggia oggi il siciliano Emilio Isgrò.
Ortona non assomiglia certo a De Staël e meno che mai a Isgrò. Anzi il suo stile è personalissimo, marchio autentico del suo merito. Ma le stesure di bianco che in certi suoi quadri sono come spatolate piatte stese con un colpo solo, sembrano avere lo stesso imprintig della volontà artistica di un personaggio anomalo come fu De Staël. Ortona, però, a ben vedere non ammette nel suo immaginario né la dimensione tragica né quella lirica. Non vuole rappresentare una sofferenza ancestrale che pure può ben essere entrata nella sua esperienza formativa giovanile in Libia e poi in Italia.
Neppure vuole conferire alle sue immagini un particolare significato etico o politico. Le case di periferia che rappresenta e che è andato a cercare in giro per il mondo dopo aver fatto perno su Roma, le raffigura perché gli piacciono e non perché vuole deprecare e condannare. Non è il nemico dei palazzinari o delle squallide periferie additate alla gogna mediatica. Ortona ha studiato Architettura e vede in quel sistema di edifici un reale pensiero estetico di semplificazione ed essenzialità, che è poi il suo stesso pensiero. Tuttavia lo vede perché quelle palazzine le dipinge e dipingendole scorge, al contrario di quel che ci si aspetterebbe in sede ideologica, un profondo afflato negli uomini e nelle donne ambientati in quel bailamme e che non sono in sé belli e rassicuranti.
Ma lo sono per lui.
Il suo mondo è bello e le cancellazioni che vi porta non hanno certo il significato che possono avere in un artista come Isgrò, non danno segnali di incompiutezza o imperfezione ma hanno una radice comune, quella degli strati o dei livelli della percezione che possono arrivare al grado zero e quando vi arrivano non generano tenebra e oscurità ma luce piena e insieme impenetrabile.
E di assoluta evidenza e insieme impenetrabili sono le sue opere.
Tanto più belle quanto enigmatiche. Non mi sembra però questa l’intenzione dell’eminente pittore. Perché, come per gli antichi, il problema che Ortona pone e risolve di volta in volta è quello del modo di manifestarsi delle immagini e del loro scomparire, ma nello stesso contesto dell’opera compiuta.
Con le necessarie cautele. Ad esempio, nella vita quotidiana si riceve spesso il consiglio di non esporsi troppo al sole col rischio di annullarne i benefici effetti. Il dosaggio si configura in un caso come questo come la virtù suprema.
Ora questo tipo di virtù sembra il presupposto di tutta l’arte di un maestro singolare come Ortona. Il dosaggio, appunto. Dato che ciò che meglio si percepisce nei suoi quadri è quello che potremmo definire la forza dell’appoggio della materia pittorica sulla superficie dipinta. Appoggio in senso letterale. Da architetto Ortona costruisce sul serio, dipingendolo, lo spazio estetico, tanto che i suoi quadri contengono sempre in sé latente il processo della fabbricazione dell’immagine.
In alcuni artisti, terminata l’opera, quel processo scompare e non si può più percepire. In altri è l’argomento stesso del loro lavoro. A me sembra che Ortona sia un esponente preclaro ed emblematico di un tale modo di fare e sentire. E interessa molto lo spettatore, perché non c’è nessuno, credo, che non desideri comprendere il processo creativo attraverso il quale si produce quella che viene chiamata l’opera d’ arte. Poi la Critica studierà la coerenza, la qualità intrinseca, il senso e il rapporto con il contesto.
Ma nel caso di un artista come Ortona quello che risulta lampante è la continuità che promana da opere esplicitamente scaturenti da una ispirazione sincera e inesauribile, animata da autentiche passioni vigilate da una mano severa e ferma.